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Dove mangiare a New York

sabato, maggio 10th, 2014

Dove mangiare a New York? Soprattutto quando si parla di ristoranti Italiani questa domanda me la pongono in molti. Io ho dei posti fidati, ma a rispondere questa volta sarà un ospite d'eccezione e cioè l'amico Paolo Dal Gallo, grande esperto di vini e rappresentante della nota casa Zonin. Eccolo nella foto (ovviamente il vino lo ha offerto lui!)

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Paolo gira quotidianamente i ristoranti Italiani (e non) di Manhattan. E' il suo lavoro per cui su questo argomento ha voce in capitolo. Ecco cosa consiglia:

Ristoranti

- bottega del vino per aperitivo o cena
- locanda verde e' un must per il brunch
- kittichai thialiandese
- blu ribbon sushi e orientale, ce ne sono 3
- the meatball shop quello in east side e'più carino, fantastico per tutti i piatti a base di polpette
- beauty & essex aperitivo e cena, locale particolare
- zio ristorante
- sushi samba non solo sushy, carino quello sulla park e pure quello in meatpacking district
- macelleria
- pastis (francese) un must e'andare allo standard hotel al bar all 'ultimo piano con vista mozzafiato sulla città.. andate per il tramonto!
- ai fiori
- nobu
- maialino in gramercy park (23 esima). merita! (di recente ci ha mangiato Obama, ndr)
- Marea il numero uno di italiano di pesce. garantito. ($$$)
- Paesant Ristorante Italiano a Nolita
- Bacaro yummy
- Osteria Morini
- A voce madison o columbus
- Fabbrica nuovo ristorante italiano molto bello (stile eataly)
- Dieci giapponese con contaminazioni di cucina Italia. super!

Pizza

- Kestè bleeker street
- Forcella bowery e park
- Numero 28 bleeker e upper east side
- Basil astoria
- Ovest Pizzoteca Luzzo group, sulla 27 esima and 10 ave

il mio imperdibile post sul Superbowl (credetemi)

martedì, febbraio 4th, 2014

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Aggiornamento fotografico (non é che stiamo qui a raccontare fregnacce eh...)

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In questa fredda notte d'inverno (ha ripreso a nevicare manco fossimo in Siberia) voglio fare un bel post sul Superbowl.

La differenza principale tra questo blog ed il resto della marmaglia é che qui non si gioca a fare i giornalisti o i bloggerz seriosi. Io qui vi do un prodotto unico, una cosa unica ed irripetibile e cioè una piccola manciata di cazzi miei. Il blog si chiama alain.it proprio per questo: non si parla di NY, non si parla di America, non si parla di niente in particolare. Si parla solo di quello che mi passa per la mente... il tutto alla modica cifra di zero Dollari (che sarebbero anche zero Euro al cambio attuale).

Il vero bloggerz se scrive un post sul Superbowl ci mette la foto, il grafico, il font giusto, la spiegazione su cosa é, come é nato, tutte cose di cui a voi non vi frega un cazzo di niente perché per queste cose ci sono già Google e Wikipedia...
Io no. Io non vi voglio spiegare niente. Voglio solo rendervi partecipi di una piccola riflessione, di una ubriacatura, di pensiero scomodo o come in questo caso di una storia, una storia Americana che di più non si potrebbe e che per l'appunto é legata al Superbowl.

Dunque, il Superbowl (questo va detto)  é l'evento televisivo più seguito in America, un partitone al livello della finale di Champions. Ne parlano tutti dappertutto: da Obama al tipo che ti vende un Bigmac al McDonald's.  Non é semplicemente una cosa grossa... direi che é colossale. 

Ebbene, il mondo é davvero piccolo: uno degli allenatori della squadra che ha vinto (i Seattle Seahawks) é il vicino di casa dei miei amici in Pennsylvania e lo vedete nella foto (io sono quello a sinistra e sono alto 1.83)
Prima che si trasferisse sulla costa West era il vicino di casa dei miei amici in Pennsylvania e u
na volta (credo nel 2003) al termine di una serata memorabile che non é il caso di mettere per iscritto guidai il suo enorme camioncino da Villanova fino a Downingtown (se mai ci avessero fermato ora non sarei qui).

Comunque Keith (così si chiama) sin dalle superiori si fece immediatamente strada nel mondo del Football riuscendo a farsi ingaggiare nella squadra Universitaria della UCLA e, in occasione del derby UCLA - USC, ci invitò a vedere la partita a Los Angeles. Immaginate una partita da 110 mila spettatori paganti trasmessa in diretta nazionale dallo stadio di Pasadena (lo stesso in cui Baggio sbagliò quel famoso rigore ai mondiali) a cui voi siete invitati da uno dei giocatori. Una esperienza unica... Irripetibile.
Cose da andare al manicomio. Voi rendetevi conto: vent'anni o poco più in giro per feste Universitarie a Los Angeles assieme al gruppo della squadra di Football. Noi arrivavamo assieme ai giocatori, tipo VIP. Sti ragazzi (che ovviamente studiavano zero perché lo sport li impegnava dalle 6 del mattino fino a prima di cena) bastava che schioccassero un dito e c'erano subito orde di ragazzine delle Sorority pronte a sbavargli dietro... Sembrava di essere in un film!
Prima di andare a trovarlo non mi rendevo assolutamente conto che la lega universitaria di Football fosse praticamente l'anticamera della NFL, ma durante quel viaggio immediatamente capii come stavano le cose: Keith aveva il suo futuro già scritto, ed era un futuro ricco di soddisfazioni, fama, soldi e quant'altro di meglio ci si potesse immaginare dalla vita.

Le cose però sono andate diversamente per via di uno scherzo del destino: qualche tempo dopo la nostra visita Keith cade con la moto (una Yamaha rossa e bianca che ci mostrava con orgoglio) e si frattura una clavicola. Perde così mesi e mesi di allenamenti ed alla fine della riabilitazione i tentativi di tornare al livello di prima risultano inutili. Carriera finita, niente più NFL, fine di un sogno.

Tante volte ho pensato a come si sarebbe dovuto sentire uno che avendo il top del top a portata di mano all'improvviso a causa di una stupidaggine perde tutto e si trova costretto a ripartire da zero. Ci sarebbe da impazzirci su una cosa simile...
Lui però non si é dato per vinto e si é rimesso in gioco. Ha cominciato a fare l'allenatore prima nelle scuole, poi nelle squadrette di periferia ed piano piano é arrivato dove? All'NFL! Questa volta però in veste di coach. Attenzione: non é ovviamente l'allenatore principale, quello coi capelli bianchi che forse avete visto parlare in TV, sia chiaro. E' uno dei diversi tecnici specifici che un gioco così complicato richiede. Un incarico comunque prestigiosissimo e ovviamente retribuito ai livelli della NFL (roba che la serie A é per morti di fame) che forse un giorno gli consentirà di raggiungere incarichi ancor più prestigiosi.

Insomma nonostante tutto alla fine ce l'ha fatta ugualmente... Che storia eh? Proprio una storia Americana, come vi dicevo. Ora se volete siete liberi di cercare Superbowl su wikipedia...

Buona notte al caiser (qui sono le 03.10AM)

Ciao!

QTH Starbucks

mercoledì, gennaio 22nd, 2014

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Secondo voi si era mai visto uno che si porta una radio ed una antenna e trasmette da dentro uno Starbucks? Fino a due giorni fa secondo me no...

Vi ricordate l'appuntamento col radioamatore vicino di casa? Ci siamo visti per l'appunto in uno Starbucks sulla prima avenue. Inizialmente io non avevo neanche idea di quanti anni avesse. Ci eravamo sentiti in telegrafia eh... roba da 1800 altro che Facebook.

E' andata a finire che siamo quasi coetanei, entrambi provenienti da un altro paese, lui é sposato io convivo, quasi colleghi. Non ci eravamo mai visti (ne parlati) prima di quel momento eppure era come se ci conoscessimo da sempre.

Senza che ci mettessimo d'accordo lui ha portato uno zaino pieno di tasti telegrafici, io invece una valigetta con dentro un kit HF completo e pronto a trasmettere.

Prima di andare via uno dei tasti me lo ha anche regalato! Il valore é più che altro simbolico ma sono rimasto colpito ugualmente. Una persona che non conosci e che non hai mai visto prima ti fa un regalo qui non é cosa sa poco. Siamo a Manhattan eh... dove é anche possibile che se muori all'improvviso dopo dieci minuti é come se non fosse successo niente.

Leggi il blog per 3 anni e vinci una cena con l’Autore (ma se sei una bella figa bastano 3 minuti)

lunedì, maggio 20th, 2013

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Ragazzi sto facendo strada eh... mi invitano alle cene anche i lettori! Incredibile...

Ieri sono stato a farmi una pizza con Paolo Dal Gallo, un ardito che dopo essere sopravvissuto a ben 3 anni delle mie stronzate ha avuto anche il coraggio di invitarmi per ascoltare una sessione "live" delle stesse.

Devo dire che fa una certa impressione incontrare una persona che per pur essendo a te completamente sconosciuta sa già dei tuoi viaggi, dei tuoi pensieri, delle tue antenne. Ma addirittura i post sulle antenne leggete? Io rimango senza parole!
Eravamo da Basil (la meglio pizza del Queens di cui scrissi qualche tempo fa) che Paolo conobbe proprio grazie al blog. Assieme a noi c'erano anche altri due suoi amici: Andrea e la sua ragazza. Lui di Alba (in Piemonte) e lei di Milano.

Parlando del più e del meno sono venute fuori un mare di conoscenze in comune. E' assurda la facilità con cui si conoscono tra loro gli Italiani a Manhattan; lo scrissi già in passato e ne sono convinto più che mai: La New York degli Italiani-Italiani (per intenderci no fettuccini Alfredo) é un paesotto, anzi un paesino che probabilmente non arriva a contare 5000 abitanti.

Paolo ed Andrea sono due rappresentanti di vino. A New York ne ho conosciuti diversi di questi rappresentanti Italiani (in tutto 5, tra cui di vino, birra o liquori) e mi sono accorto che rispecchiano tutti un certo cliché... pensate che uno di questi (a cui vomitai dentro casa perché si beveva troppo bene) era addirittura un ex-tronista di Canale 5. Insomma, gente tosta: un conto é vendere la Peroni o il Montepulciano d'Abruzzo a Martinsicuro, un altro a Manhattan.
Ho promesso ad entrambi di citare queste due bottiglie che mi dicono essere il top del top: Prosecco ZoninBarolo Brunate Ceretto.

La serata si é conclusa al Katch, un locale fighissimo appena aperto e si sono aggregati il proprietario di Basil e la ragazza di Paolo, Italianissima pure lei.
Io quando incontro Italiani come questi, ragazzi così giovani preparati e determinati (Andrea é del 1988!) che fieramente esportano nel mondo i valori ed i sapori della nostra cultura un pò mi rincuoro.  Per un attimo penso che  non tutto é perduto, che forse qualcosa in Italia si può ancora salvare. Ma in genere dura molto poco per cui non ho fatto certo mancare i classici del mio repertorio come le invettive sul sistema Italia e sulla necessità assoluta di fuggire. Na bomba, na roba sado-maso... ma tant'é: chi mi legge conosce il genere e se vengo invitato a cena non posso certo deludere le aspettative.

Colgo l'occasione per salutare tutti i lettori che a differenza di Paolo ancora non ho avuto il piacere di conoscere e che pazientemente dopo così tanto tempo mi leggono ancora. Se vi mancano le mie stupidaggini tenete duro perché non é escluso che molto presto ricominci a scrivere tutti i giorni (non é assolutamente una promessa).

Ciao!

La donna da 60 miliardi di dollari

domenica, novembre 25th, 2012

Scrivo questo post da un treno regionale della Pennsylvania (SEPTA) e ogni volta che prendo un regionale negli USA mi viene la depressione. Non perché il treno é disastrato o il servizio scadente, piuttosto per l'esatto contrario! Ne ho scritto tante volte ma questa volta non ho intenzione di ripetermi. Stavolta voglio invece ripetermi su un altro argomento che conoscerete molto bene: la bellezza di avere una Green Card negli Stati Uniti d'America.

C'é la moglie del mio amico della Pennsylvania che é cittadina Messicana ed ha la carta verde da parecchio tempo. Una volta presa la laurea in Economia (online) ha trovato un lavoro in una ben nota azienda finanziaria che esiste anche in Italia. Dopo qualche anno - sempre con la carta verde - per guadagnare un pò di più ha cambiato lavoro ed é entrata in una banca d'affari tra le più note del mondo. Attenzione: non lavorava ad uno sportello qualsiasi (anche perché di sportelli non ce ne sono) bensì come personal Banker di personaggi con account da decine e decine di milioni di dollari.

Il suo lavoro consisteva nel contattare o essere contattata da questi clienti - molti dei quali famosi - per effettuare bonifici da milioni e milioni di dollari a botta.
Mi ha spiegato la complessità della procedura necessaria per spostare cifre a 7 zeri: tutti che lavorano in coppia, tu metti un numero e il tuo "specchio" che lo reinserisce, poi un secondo livello di controlli, poi un terzo. Mi ha anche spiegato che volendo c'era un sistema di emergenza che le avrebbe permesso di fare un bonifico "immediato" senza controlli fino a 50 milioni di dollari ovunque nel mondo. Io le ho fatto la battuta: ma non potevi farti un bonifico verso un tuo account in una Banca Panamense per poi scappare a Città del Messico? Lei l'ha presa a ridere.
Fatto sta che facendo due conti della serva questa ragazza in due anni ha trasferito approssimativamente 60 miliardi di dollari. Avete letto bene: miliardi, non milioni. Capito che razza di lavoro che aveva? Na robetta abbastanza seria insomma... e volete sapere come é andata a finire?

Dopo due anni comincia a stressarsi sempre di più. Resiste più che può ma alla fine é estenuata e capisce che é venuto il momento di cambiare aria. Lascia la banca e si prende la licenza per fare l'agente immobiliare. In pochi mesi vende 6 belle casette, quelle coi muri di legno ed il pratino intorno (valore due-treceno mila dollari l'una). Il problema é che deve lavorare dalla mattina alla sera in ufficio, poi nei weekend deve accompagnare i potenziali acquirenti a vedere gli immobili. Troppo lavoro... e oltretutto le commissioni non sono alte quanto sperava. Insomma capisce - ancora una volta - che é ora di reinventarsi, di cercare orizzonti nuovi.
In questo momento la donna da 60 miliardi di dollari sta frequentando una scuola per parrucchieri e parallelamente si sta formando come truccatrice professionale. La scuola dei parrucchieri costa 18 mila dollari, ai quali va sommato il costo delle lezioni da truccatrice da fare probabilmente a Manhattan.

Avete capito che velocità, che flessibilità, che apertura di orizzonti c'é in un mercato del lavoro come quello Americano? Lavori per una grandissima azienda assicurativa/finanziaria presente in tutto il mondo e ti licenzi, lavori per la più grande banca Americana in cui trasferisci miliardi di dollari e ti licenzi, fai l'agente immobiliare vendendo case su case e ti licenzi. Poi studi per far la parrucchiera. E tutto ciò senza neanche spostarsi da casa eh... ci sarebbero miriadi di altre opportunità dall'Alaska alla California, dal Rhode Island a Porto Rico.

Ragazzi non ci sono cazzi: l'America é l'America. Tra massimo 5 anni l'Europa non esisterà neanche più.

Ciao

Una Texana a Roma

martedì, settembre 11th, 2012

Ieri dopo tanto tempo ho rivisto una ragazza Texana che conobbi in aereo diversi anni fa e che - incredibile ma vero - negli ultimi tre anni ha deciso di fare una esperienza di vita a Roma.

Ci siamo visti in un locale che ha scelto lei: il Dinosaur BBQ ad Harlem. Inizialmente ero un pò titubante perché le zone sopra la centodecima strada le conosco poco ma Jenny mi ha molto rassicurato e così mi sono fidato di lei. Il posto è effettivamente eccezionale sia per come è fatto il locale, sia per come si mangia e sia per le persone che ci trovi dentro. Harlem se presa per il verso giusto deve essere una realtà veramente magica che merita di essere approfondita. Chissà se un giorno avrò l'opportunità di conoscerla meglio...

Comunque, oltre a rivedere l'amica non vedevo l'ora di conoscere l'opinione che una ragazzona bionda del sud del Texas (viene dal confine con il Messico) si era fatta dopo una permanenza così lunga nella capitale d'Italia.
Eravamo a parlare da meno di 2 minuti che lei già con delle smorfie tra il disgustato ed il rassegnato mi raccontava di quanto è difficile in Italia fare delle cose che invece a NYC sono delle banalità o di come i trasporti pubblici lascino a desiderare.
Mi tornano in mente queste parole che ha detto: mentre tutti qui in America sembra abbiamo un "fire under their ass" per cercare di migliorare e migliorarsi, in Italia permane una specie di stasi immutabile, una inerzia maledetta per via della quale non è possibile migliorare nulla. Anzi, un eventuale innovatore è visto come una minaccia all'ordine delle cose che così sono da sempre e così devono restare.

Allo stesso tempo però cercava di descrivere un valore aggiunto che se pur difficile da definire era senz'altro presente nelle sue giornate Romane: ha parlato di coesione tra le persone, di calore umano, di energia positiva nei rapporti con gli altri. Non ha saputo spiegarmi esattamente cosa fosse ma ovviamente io ho capito lo stesso a cosa si riferiva. In ogni modo però il calore non deve essere abbastanza perché nonostante la sua esperienza sia stata nettamente positiva entro un anno Jenny ha deciso che chiuderà baracca e burattini per tornarsene definitivamente in America. Se di nuovo a New York oppure nel Texas non si sa ancora.
Peccato perché io avevo già in mente di sposarmi con lei... Avremmo risolto molti problemi! Gliel'ho anche detto ma lei che è veramente una brava ragazza (il Texas deve essere una specie di Calabria ma più all'antica) ridendo ha risposto: no no, quando mi sposerò sarà perché ho trovato il vero amore. hahaha

Ciao  a todos

Ufficio Italiano VS Ufficio Americano

lunedì, maggio 21st, 2012

Parliamo di divertimento: la balotta dell'Ufficio Italiano batte quella dell'Ufficio Americano 3 a 0 a tavolino, non c'è partita.

Stasera ho ritrovato questa immagine che mi preparò un collega in Italia nel 2005-2006 e mi è venuta nostalgia dell'ambiente informale e rilassato che in genere si crea dalle nostre parti e che invece qui è impensabile.

L'America "corporate" sotto questo aspetto richiede un cambio di abitudini radicale. Immaginate che anche lavorando anni e anni con le stesse persone non conoscerete mai veramente nessuna di esse. E' raro - molto raro - che vedi qualcuno al di fuori dell'orario lavaorativo. Mai una battuta vera, mai una cosa che vada "oltre" l'essere semplicemente colleghi. E' così e bisogna saperlo sin dall'inizio. Pensate, proprio oggi uno ha dato le dimissioni. Lo conoscevo da almeno 3 anni, siamo stati seduti uno di fronte all'altro e questo mica è venuto a salutarmi! E' andato via senza dire neanche dire ciao. Io non mi stupisco perchè la stessa cosa qui mi è successa almeno un altra mezza dozzina di volte... ma a pensarci c'è da rimanere a bocca aperta.

Gli Americani sono fatti in questo modo, c'è poco da fare. Io per fortuna ho qui anche del personale Italiano per cui un minimo di familiarità in più c'è ma se avessi dovuto aver a che fare esclusivamente con Americani non so come avrei fatto.
Un esempio che faccio è questo: sapete in 5 anni quante volte è venuto un collega (non Italiano) a trovarmi a casa? Mai! Il campanello non ha mai suonato spontaneamente, anzi se non consideri le pizze a domicilio non ha mai suonato punto e basta! In Italia eravamo sempre insieme, la sera più che la mattina. Beh, a dire il vero con un collega Americano in particolare ho avuto modo di vedermici anche il pomeriggio ma più che altro perchè ci accomunava la passione per la fisioterapia orientale... Poi però dopo che andò via un giorno l'ho incontrato in metro e non si è fermato nemmeno a parlarmi. Da matti...

In Italia invece, che ve lo dico a fare? In ufficio tutti i giorni - tutti i giorni in pausa caffè certi discorsetti... quasi al bar. Ma partecipavano anche le colleghe donne eh... mica si scandalizzavano! Anzi, quando noi ventenni ci lanciavamo nell'epica delle nostre bravate le signore adulte ci davano l'azzico! Erano divertite più loro che noi. E le colleghe coetanee... oh... non mi fate parlare dai... Un fucarone da paura. Mannaggia mo se ne va!!! Eccezionale. Fantastico. Superiore.

Gli amici che trovi al lavoro in Italia ti rimangono per la vita. Io li sento tutti ancora oggi... Comunque non mi stupisco, è risaputo che l'Italia è un paese fatto di gente amichevole che si sa divertire e che sa stare bene insieme. Gli Americani dal canto loro sono più freddi, più distaccati, sempre estremamente formali e rispettosi dei ruoli. E forse in fondo questo questo loro modo di essere alla fine è anche un punto di forza.

Un saluto ed un abbraccio a tutti i lavoratori Italiani che domani mattina leggendo il post faranno un sorriso: andate al caffè a dire quattro cazzate come si deve anche per me. Ciao!

Africa Bambaataa

lunedì, maggio 7th, 2012

Stasera con l'amico Patrice siamo andati a fare una partitella a stecca come usavamo fare ai vecchi tempi.

Anzichè recarci al posto super rozzo di un tempo stavolta siamo andati in un baretto sportivo eletto addirittura tra i 10 migliori della città da Time Out New York, la Bibbia del divertimento Newyorchese.

Dietro al bancone la solita cameriera teutonica tutto pepe, davanti una varipinta congrega di clienti piuttosto giovani tra cui una coppia di nerette (lei col jeans rosa e la camicia bianca, l'altra lei con l'abbigliamento da dura ed il capello riccio corto) una mora messa bene ma dal trucco un pò burino, due ragazzi del Queens seduti con le birre in mano ed il sorriso fisso sulle labbra. In giro per il locale la cameriera carina col vistoso rossetto rossissimo ed il fuseaux a liquerizia che non sarebbe stato poi così male se non fosse stata una liquerizia da 200 Kg.

Abbiamo prese due birre, poi le patate fritte, poi altre due birre. Dei 16 davoli soltanto 4 erano occupati, compreso il nostro. Notevole la coppia che giocava a fianco a noi: lui t-shirt bianca, fisico sottile, bicipiti tatuati a tribale. Lei una nerona da paura, jeans elasticizzato, due chiappe di culo che viaggiavano magicamente a circa 1.5 metri da terra. Capello cotonato, sopra una maglia larga con gli spacchi lungo le braccia. Ogni volta che si abbassava per giocare io ed il Patrice trattenevamo il respiro. Porco zio ohhh....

Giuocavamo sorseggiando due Heineken e si discuteva delle solite cose ma stranamente - forse grazie al tavolo adiacente - stavolta NON di immigrazione. Ogni tanto la barista teutonica, la coppia delle nere ed un altra ragazza si ritiravano tutte assieme nel bagno. Addirittura la seconda volta una esce per chiamare le altre... tipo che fosse stata a Roma avrebbe detto: "aho venite o no? daje che stamo a'spetta!...". Sarà stato per parlare dei fatti loro nella privacy del bagno? Per rifarsi il trucco? O forse fare due bottarelle di bamba? Non si può dire, ma mi sa la terza.

Tra una stecca ed un altra ecco l'inevitabile la perla di saggezza: "ao Boss, ma ci pensi a vivere in Provincia in Italia... tutto l'anno le stesse facce, le stesse fighe... porco zio... ci sarebbe da suicidarsi". E lui "eh che non lo so? Pensa che oggi mé arivata una mail di invito ad una festa che si chiama Tivoli Mojito party. Ce saranno i soliti quattro stronzi. Na depressione...". E intanto la nera si abbassava per un tiro dalla parte lontana del tavolo verde. Alè!

L'America è l'America ragazzi. Il cambiamento è sempre dietro l'angolo. Basta una serata, un incontro, un trovarsi al posto giusto al momento giusto. Poi magari non cambia niente, ma almeno vivi nella consapevolezza (forse nell'illusione?) che il cambiamento è sempre possibile farlo. Che c'è qualcosa di diverso e di meglio ad aspettarti. Sempre.

Che paese. Anzi che città!

Buona notte a tutti e mi raccomando: viva gli Africa  Bambaata!

ciao

L’ultimo dei Moicani: Marcello l’Americano se ne torna in America

lunedì, aprile 23rd, 2012

Dubito che ci sia qualche lettore che possa ricordare un post dell'ormai lontano Dicembre 2007 in cui raccontavo la storia - insolita - di Marcello l'Americano che per scelta vive in Italia anzichè negli USA.

Marcello è un Italiano nato e cresciuto per caso in America. In Italia si sente a casa sua, ritrova le sue radici e le sue origini.  Ci sta molto volentieri e oltre al vino (è diventato un esperto di tutte le Cantine del centro-Italia) ama l'arte e la pittura. Mi risulta che ultimamente dipinga ad olio e parli soltanto di Monet o Renoir.

Nonostante tutto, mai poi e poi mai si allontanerebbe dall'Italia. A lui proprio gli piace, è un patriota, un Italiano vero di quelli che cantava Toto Cutugno. Eppure... dopo esserci stato la bellezza di sette anni credo che alla fine si sia arreso. Mi dicono che parte oggi per l'America per un periodo di qualche mese. Poi torna. Ma torna davvero? Chissà?

Ci sono settanta miliardi di Italiani che vivono in America ma quasi nessun Americano che vive in Italia. Marcello era una delle poche eccezioni che confermava la regola. Se dovesse andare anche lui  vuol dire che siamo veramente messi male.

New York, NY. Aria di casa

sabato, aprile 14th, 2012

Ieri sera cena alla Trattoria Ornella di Astoria. Il proprietario si chiama Giuseppe ed è un signore che vive negli USA da una ventina d'anni che inizialmente era venuto per fare l'Architetto ma poi per via della sua grande passione per la cucina si è messo nel business della Ristorazione diventando manager di alcuni dei ristoranti più grandi di Manhattan. Ora ha il suo posto qui ad Astoria. Si mangia molto bene e lui è una persona squisita. E' l'unico Ristorante Italiano che frequento in tutto il Queens.

Per il dopocena siamo andati a St. Mark's Place che ormai è diventato il posto a Manhattan che frequento di più in assoluto.
Prima fermata in un posto nuovo che si chiama San Matteo e che - pur essendo un locale gemellato con la Pizzeria che porta lo stesso nome ma che si trova nell'Upper East Side - al posto della Pizza fa una specialità Salernitana che si chiama Panuozzo.
Noi purtroppo avevamo già mangiato quindi il Panuozzo non abbiamo potuto assaggiarlo così Enzo (il proprietario) ci invita a provare il suo gelato fatto - come spiega orgogliosamente - con la frutta anzichè con le polverine.
Non ci potevo credere: per la prima volta in America mi trovavo davanti un gelato artigianale (o come dicono qui "from scratch") e cioè fatto partendo dagli ingrendenti grezzi piuttosto che da prodotti industriali. E che gelato!!! Ne ho mangiati due uno dietro l'altro. Ci tornerò per provare il Panuozzo ma sicuramente anche per un altro gelato.

Ultima tappa della serata l'immancabile visita a Giano, un posto di cui vi ho già parlato diverse volte in cui mi reco molto volentieri se passo dalle parti di Alphabet City.
C'era Paolo - uno dei due proprietari Milanesi - che è uno che se poco poco hai un pò di confidenza (succede in media dopo 10 minuti che lo hai incontrato) c'è da morire dal ridere. Veramente simpatico. Credo che se non avesse aperto il ristorante lo avrebbero potuto tranquillamente prendere a Zelig. Ieri per noi ha stappato una bottiglia di Prosecco e non ci ha fatto neanche pagare. Sia lui che Matteo (il socio) sono due persone veramente piacevoli. Inutile ribadire che si mangia ottimamente. Uno dei pochi Ristoranti Italiani in cui vado a Manhattan.

Usciamo da Giano e a pochi metri dall'uscio incontriamo un ragazzo che conobbi qualche anno fa. Lui è un animatore digitale ad altissimi livelli che tra gli altri ha fatto scene di film del calibro di Harry Potter o Sherlock Holmes. Mi disse che per fare animazioni di soli 5 secondi impiegano talvolta anche mesi di lavoro.
Qualche anno fa era convintissimo e determinato nel tornare a vivere in Italia. Ieri lo era un pò meno: ha infatti rifatto un nuovo visto per vivere negli USA e dal "vivere in Italia" è passato al "vivere in giro per il mondo" (avendo però in tasca un bel visto O1 per poter entrare negli USA quando gli pare e piace anzichè essere costretto a tornarsene in patria!).

Siccome sia io, sia il compagno di avventure "er Patrice" detto "noi je damo de ceppa" abbiamo le ragazze Cinesi va a finire che in un modo o nell'altro ruotiamo sempre attorno al mondo dell'estremo oriente. E' una sindrome meglio nota come "Febbre Gialla" di cui in qualche modo siamo rimasti inconsapevolmente contagiati e così sulla via di casa - verso ora di chiusura - ci siamo fermati presso il Ristorante Taiwanese della ragazza del Patrice che stasera era al lavoro. Mi pare che vi ho già accennato anche di questo posto qui che è famoso per il suo Bubble Tea.

Sono rientrato a casa che erano le due passate. Stamattina sveglia alle 7 per un funerale a Canarsie - nel cuore della Brooklyn nera - ed ora pomeriggio di relax a Central Park.

Ciao